SCIENZE POLITICHE |

Curare insieme per curare meglio

UN ARTICOLO DI COMPAGNI, LONGO E ALTRI EVIDENZIA CHE I MEDICI DI FAMIGLIA GESTISCONO MEGLIO LE MALATTIE CRONICHE QUANDO SONO INSERITI IN FORME DI COLLABORAZIONE ORGANIZZATIVA. MA SI DEVE SVILUPPARE DI PIÙ L'ATTITUDINE AL "PRENDERSI CURA" DEI PAZIENTI CRONICI

Le forme di collaborazione organizzativa tra medici di medicina generale (altrimenti definiti medici di famiglia o medici di base), come la medicina di gruppo, favoriscono la buona gestione delle malattie croniche nell’ambito dell’assistenza sanitaria di base o primaria, sostengono Amelia Compagni e Francesco Longo (Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico) in General Practitioners’ Adherence to Evidence-Based Guidelines: A Multilevel Analysis (Health Care Management Review, 2012 Jan-Mar; 37(1):67-76), un paper scritto con Maria Pia Fantini, Paola Rucci e Stefano Mimmi (Università di Bologna). Le iniziative di collaborazione organizzativa, però, potrebbero essere molto più efficaci se permettessero di valorizzare alcuni aspetti comportamentali, come la comunicazione e la capacità di instaurare una relazione assistenziale a lungo termine.

Gli ultimi decenni hanno registrato una crescita delle malattie croniche nei paesi sviluppati e, di conseguenza, una maggiore attenzione all’assistenza di base. In questo quadro, ai medici famiglia sono stati demandati i compiti di promozione della salute, diagnosi precoce e gestione delle cronicità, mentre sono stati implementati diversi modelli organizzativi di collaborazione allo scopo di migliorare l’efficacia dell’assistenza fornita. La collaborazione organizzativa comprende il coordinamento degli orari di apertura degli ambulatori, la condivisione delle cartelle cliniche dei pazienti, il lavoro nella stessa struttura fisica e la condivisione del personale amministrativo e infermieristico.

Ad oggi, tuttavia, l’evidenza dell’impatto delle forme di collaborazione organizzativa è contraddittoria.

Gli autori dello studio indagano la relazione tra forme di collaborazione nell’assistenza di base, comportamento clinico dei medici di famiglia e la risultante qualità delle cure, misurata in termini di aderenza alle linee guida basate sull’evidenza, focalizzandosi sul trattamento di quattro malattie (diabete, scompenso cardiaco, ictus e post-infarto miocardico acuto). L’ambito di studio è l’Azienda Sanitaria Locale di Bologna in Emilia Romagna una regione in cui le forme di aggregazione collaborativa dei medici di famiglia sono mediamente più diffuse che in altre parti d’Italia. “I nostri risultati”, scrivono gli studiosi, “suggeriscono che i modelli organizzativi sono significativamente associati a una migliore aderenza alle linee guida per la gestione del diabete. Al contrario, per l’ictus, lo scompenso cardiaco e il post-infarto, l’impatto del modello organizzativo sembra piuttosto limitato”. Dal momento che il diabete è l’unica malattia, tra le quattro, in cui il ruolo dei medici di famiglia è più importante di quello degli specialisti ospedalieri, il risultato è coerente con l’idea che la probabilità di aderenza alle linee guida sia maggiore quando i medici si sentono responsabili della cura complessiva del paziente; allora le forme collaborative probabilmente facilitano uno scambio di conoscenza tra medici di famiglia e permettono di stabilire un approccio alla malattia cronica condiviso e più virtuoso.

Un altro risultato importante è che alcune caratteristiche come il genere e l’età sono buoni predittori dell’adesione alle linee guida da parte dei medici, spesso in modo più marcato rispetto a quanto i modelli organizzativi riescano a predire. In particolare, le donne e i giovani medici di famiglia seguono le linee guida con maggiore frequenza. Come suggerito dalla letteratura internazionale il genere e l’età dovrebbero essere considerati come indicatori di un’attitudine più orientata alla “presa in carico” del paziente cronico e alla volontà di fornire consiglio e investire nella relazione a lungo termine con i pazienti, attraverso forme di comunicazione psicosociale ed emozionale. Come tale, un’importante implicazione manageriale per i sistemi sanitari è la necessità di investire nel sostegno e diffusione, di queste attitudini tra i medici di famiglia di entrambi i generi e di ogni età. Pensare a nuovi modelli organizzativi e modalità collaborative di lavoro che appunto valorizzino queste attitudini è uno dei potenziali strumenti nelle mani di manager e decisori in sanità.



di Fabio Todesco

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