I costi politici dell'emigrazione
SCIENZE POLITICHE |

I costi politici dell'emigrazione

LA FUGA DEI CERVELLI NON HA SOLO RISVOLTI ECONOMICI E SOCIALI, MA ANCHE POLITICI, COME SPIEGA UNA RICERCA DI MASSIMO ANELLI

La letteratura e il dibattito pubblico sulla cosiddetta fuga di cervelli si sono concentrati per lo più sui costi economici e sui risvolti sociali del fenomeno. L’emigrazione, però, ha anche un costo politico: causa il deterioramento della qualità della classe dirigente e rallenta i processi di cambiamento. Lo dimostra lo studio di Massimo Anelli e Giovanni Peri Does Emigration Delay Political Change? Evidence from Italy During the Great Recession. Il lavoro ha come oggetto le ricadute dell’emigrazione sui processi di selezione della classe politica nei comuni italiani durante la Grande Recessione. «I dati aggregati ci dicono che, in quel periodo, consiglieri comunali, sindaci e assessori sono diventati mediamente più giovani e istruiti. È aumentata anche la presenza di donne», spiega Anelli. «Al contrario, nei comuni in cui il fenomeno dell’emigrazione è stato rilevante, questo cambiamento non c’è stato. Anzi, per ogni punto percentuale di emigrazione fra il 2010 e il 2014, i sindaci eletti risultano in media di 3 anni più anziani, i consiglieri comunali laureati calano del 10 per cento, il numero di donne consiglieri comunali diminuisce del 16. Si registra anche l’aumento degli scioglimenti dei comuni, una proxy di inefficienza della classe politica».

Il fenomeno è particolarmente rilevante al Nord, dove il tasso di emigrazione è quasi raddoppiato, mentre è diminuito nel Mezzogiorno ed è rimasto sostanzialmente invariato nell’Italia centrale. Significa che hanno lasciato il Paese giovani provenienti dalle zone più dinamiche, quelle che storicamente hanno sviluppato reti di contatto con il Nord Europa, soprattutto con Germania, Svizzera e Regno Unito. L’emigrazione ha prodotto effetti anche sul voto: si è registrato un calo di partecipazione alle elezioni e i partiti tradizionali hanno ottenuto risultati migliori nei comuni dove il capitale sociale e politico è stato drenato dall’emigrazione. «La letteratura ci spiega che esistono due modalità di dissenso politico: exit vs voice. La concessione del voto agli italiani all’estero anche in occasione delle elezioni locali ricomporrebbe questa dicotomia, permettendo agli italiani più propensi al cambiamento che hanno fatto exit di scegliere anche l’opzione voice».

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di Claudio Todesco
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