L'occasione per rilanciare la sanita' italiana
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L'occasione per rilanciare la sanita' italiana

CIANI, GHISLANDI E COMPAGNI INDIVIDUANO QUALI INTERVENTI PRIORITARI PER EVITARE CHE IL PESO DELLE EMERGENZE RICADA SOLO SULLE SPALLE DEGLI OSPEDALI

Response to COVID-19: was Italy (un)prepared? non è solo la domanda che aziende e cittadini si pongono da mesi ma anche il titolo dello studio che ripercorre la storia della sanità italiana, analizza gli impatti della pandemia sia sul lato dell’offerta dei servizi sia su quello delle esigenze dei pazienti e, soprattutto, arriva a proporre spunti per rilanciare il Sistema sanitario nazionale. Lo studio di Iris Bosa (Business School, University of Edinburgh) et alia, a cui hanno partecipato Oriana Ciani di CERGAS, SDA Bocconi, Simone Ghislandi e Amelia Compagni di Bocconi University, è una mappa dettagliata che porta il lettore a comprendere attraverso numeri e riferimenti normativi perché, per esempio, un approccio decentralizzato su base regionale non si è rivelato ottimale nella gestione dei contagi, perché la diffusione del virus ha causato, nel picco della crisi, il rinvio di 50.552 operazioni mediche per altre patologie o ancora quali regioni hanno investito di più per realizzare una rete diffusa sul territorio di Unità speciali di continuità assistenziale.
 
Per avere termini di confronto internazionali, l’indagine pubblicata da Health Economics, Policy and Law s’inserisce nel “lavoro più ampio condotto dagli accademici dello European Health group che stanno approfondendo le politiche sanitarie di vari paesi, dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda, dalla Cina a Israele (www.cambridge.org)”, spiega Ciani. “L’orizzonte verso cui si vuole muovere questa indagine è, invece, quello d’individuare quali interventi siano oggi prioritari per riorganizzare la sanità italiana. Tra questi emergono la garanzia di finanziamenti adeguati nel tempo, maggior attenzione alla prevenzione e in particolar modo alle cure territoriali e primarie”, in modo che nuove situazioni di emergenza non debbano ricadere solo sulla responsabilità degli ospedali ma possano poggiare, in parallelo, su una rete rafforzata di medici di base, senza trascurare una dislocazione più omogenea di centri polifunzionali pubblici.
 
“È vero che il Covid-19 ha accelerato l’utilizzo di nuove tecnologie nella sanità, a partire dalle tele-visite e più in generale dal ricorso alla tele-medicina, ma si tratta di un primo passo che ha smosso la situazione dal punto di vista organizzativo e della formazione delle competenze, sia tra gli operatori sanitari sia tra gli stessi pazienti”, conclude Ciani. “L’Italia è rimasta indietro sulla via della digitalizzazione; adesso è tempo di recuperare terreno”.

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di Camillo Papini
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