Almeno 500 casi di COVID in Lombardia prima del paziente 1

Almeno 500 casi di COVID in Lombardia prima del paziente 1

ALESSIA MELEGARO, RAFFAELLA PICCARRETA E FILIPPO TRENTINI TRA GLI AUTORI DI UNO STUDIO IN COLLABORAZIONE CON FONDAZIONE BRUNO KESSLER, CHE FA LUCE SULLA RAPIDA CRESCITA DEL VIRUS TRA FEBBRAIO E MARZO 2020

Al momento dell’identificazione del paziente 1 a Codogno il 20 febbraio del 2020, il virus SARS-CoV-2 era già molto diffuso in regione Lombardia, con trasmissione sostenuta in tutte le provincie della Lombardia, caratterizzata da un numero di  riproduzione (R0) stimato a valori superiori a 2 in tutte le provincie.
 
Lo afferma lo studio “The early phase of the COVID-19 epidemic in Lombardy, Italy” pubblicato sulla rivista Epidemics dai ricercatori della Fondazione Bruno Kessler e dell’Università Bocconi (Alessia Melegaro, direttrice del COVID Crisis Lab, Raffaella Piccarreta, Dipartimento di Scienze delle Decisioni, Filippo Trentini, Dondena Center) basato sull’analisi dei dati consolidati prodotti dall'Unità Organizzativa Prevenzione - Malattie infettive  della DG Welfare di Regione Lombardia e da infettivologi e virologi delle ATS, degli IRCSS, delle ASST lombarde.
 
Nello studio, che consolida le analisi prodotte dal gruppo di studio a partire dal febbraio 2020, sono stati analizzati retrospettivamente i dati epidemiologici di SARS-CoV-2 in regione Lombardia ed è stato anche valutato l’andamento della trasmissibilità (Rt) fino al 9 marzo 2020.
 
Questi alcuni dei risultati principali:
 
Più di 500 pazienti positivi per SARS-CoV-2, con un’età mediana di 69 anni, hanno dichiarato una data di inizio sintomi antecedente la notifica del paziente 1 (20 febbraio 2020). A quella data il virus SARS-CoV-2 circolava già in almeno 222 dei 1.506 comuni lombardi (14.7%).
 
Il numero di riproduzione (R0) nelle 12 provincie della Lombardia è stato stimato a valori compresi tra 2,6 a Pavia e 3,3 a Milano e Brescia. L’intervallo seriale, che approssima il tempo che passa tra una generazione e l’altra di casi, è stato stimato a 6,6 giorni in media. Questo implica che il tempo di raddoppio dei casi era molto inferiore ad una settimana.
 
Questi risultati suggeriscono che la rapida crescita di pazienti affetti da COVID-19 che ha causato pressione sul sistema sanitario lombardo nel periodo immediatamente successivo all’identificazione del paziente 1 è da attribuire alla alta trasmissibilità del virus e alla diffusa e silente trasmissione del patogeno avvenuta fra gennaio e metà febbraio.
 
Una diminuzione, anche marcata, della trasmissibilità (Rt) di SARS-CoV-2 è stata osservata in tutte le provincie della Lombardia nel periodo successivo all’identificazione del paziente 1, dovuta probabilmente alla crescente preoccupazione nella popolazione e alla progressiva introduzione di misure restrittive di controllo. Rt è però rimasto strettamente maggiore di 1 fino al 9 marzo 2020 in tutte le provincie tranne a Lodi, dove l’istituzione della zona rossa nell’area di Codogno ha giocato probabilmente un ruolo chiave nel controllo dell’epidemia facendo calare Rt a valori di circa 1 prima dell’istituzione del lockdown nazionale.
 
Danilo Cereda et al. “The early phase of the COVID-19 epidemic in Lombardy, Italy.”
Epidemics, Volume 37, 2021, DOI: https://doi.org/10.1016/j.epidem.2021.100528.
 

di Ezio Renda
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