FINANZA |

Perche' i governi europei dovrebbero privatizzare le banche pubbliche

SOLO LA PRIVATIZZAZIONE DELLE BANCHE RECENTEMENTE NAZIONALIZZATE PUÒ RIDARE PARI OPPORTUNITÀ A TUTTI GLI ATTORI, SALVAGUARDARE LA QUALITÀ DEGLI ATTIVI, MIGLIORARE L'EFFICIENZA DEL SETTORE BANCARIO E RAFFORZARE LA DISCIPLINA DI MERCATO, SECONDO UN ARTICOLO DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE DI SIRONI, IANNOTTA E NOCERA

Se le necessità finanziarie delle casse statali europee non fossero una ragione sufficiente per restituire al settore privato le banche nazionalizzate in seguito alla crisi finanziaria del 2007-2009, Andrea Sironi (Dipartimento di Finanza) fornisce ai governi una motivazione addizionale per restituire al mercato le azioni bancarie in The Impact of Government Ownership on Bank Risk (con Giuliano Iannotta, Università Cattolica e Dipartimento di Finanza, e Giacomo Nocera, Audencia Nantes e Dipartimento di Finanza, di prossima pubblicazione su Journal of Financial Intermediation).

I tre accademici rilevano che le banche pubbliche (government owned banks, GOB) traggono vantaggio dall’implicita protezione statale ottenendo migliori rating emittente, e dunque minori costi di finanziamento, delle banche private (privately owned banks, POB), nonostante un maggiore rischio operativo e peggiori condizioni economiche e finanziarie. Inoltre, l’assunzione di rischi è sensibile al ciclo elettorale ed è maggiore negli anni in cui si vota, quando le banche statali prestano denaro a buon mercato alle clientele politiche.

Gli autori comparano i rating emittente (che riflettono il rischio di default) e i rating individuali (che riflettono il rischio operativo, senza tenere in considerazione l’esistenza di protezioni esterne, ma solo le condizioni economiche e finanziarie) delle grandi banche europee nel periodo 2000-2009, attraverso un dataset di 210 banche di 16 paesi, per un totale di 1.541 osservazioni anno-banca. Sono definite grandi le banche che hanno attivi totali di almeno 10 miliardi di euro alla fine di almeno un anno fiscale nel periodo considerato.

Lo studio rileva che le banche pubbliche godono di migliori rating emittente rispetto alle banche private, a dispetto di peggiori rating individuali. Ciò significa che i migliori rating emittente non sono dovuti a migliori condizioni economiche e finanziarie ma alla garanzia statale, che isola le banche pubbliche dalla disciplina di mercato e le induce ad assumere rischi maggiori. Se dovesse derivarne qualsiasi perdita, sarebbero i contribuenti a coprirla. Ciò si traduce in una più scadente qualità dell’attivo e le banche pubbliche risultano essere meno capitalizzate, meno profittevoli e con un più alto rapporto di sofferenze sui prestiti totali.

I risultati resistono a una serie di controlli, asseriscono gli studiosi, e sono più significativi nel periodo di crisi (2007-2009) e per le banche tedesche.

La differenza tra il rischio di default e quello operativo sarebbe socialmente accettabile, sostengono gli autori, se le banche pubbliche esercitassero una funzione sociale, finanziando iniziative che possono contribuire allo sviluppo economico, ma che le banche private non intendono finanziare, rimediando così ai fallimenti del mercato e migliorando il benessere sociale. E invece si dimostra che le banche pubbliche sono utilizzate come strumenti politici per assicurare bassi costi di finanziamento ai sostenitori politici, che restituiscono il favore in forma di voti e di contributi. Non solo: il rischio operativo e la protezione esterna crescono negli anni in cui ci sono elezioni e nei due anni successivi, quando le banche pubbliche espandono in modo inefficiente il loro portafoglio prestiti per favorire le clientele politiche.

“Se le autorità bancarie europee vogliono davvero dare uguali opportunità a tutti gli operatori, salvaguardare la qualità degli attivi, migliorare l’efficienza del sistema bancario e rafforzare la disciplina di mercato”, concludono Sironi e i suoi colleghi, ”allora, secondo i risultati di questo studio, non basta eliminare le protezioni statali esplicite”. Serve una rapida privatizzazione.



di Fabio Todesco

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